L'Uomo Arancia

Letteratura d'assalto. In crisi. Dal 1989
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SENZA UMANITA'

Quello che vuoi
è un sorriso e un dolce sguardo
un silenzio d'intesa
una stima evidente
un saluto generoso
una mano tesa e una domanda gentile
Come stai?

Cerchi una colazione di lavoro
a business relation
un discorso fatto di calcoli e ragionamenti
in cui l'umano si perde
e con esso l'onestà superflua
ché il rapporto non esiste
non parli con nessuno, ché nessuno hai di fronte
Poggiare il tuo cuo grasso su una morbida poltrona
di fronte a molte scartoffie di vano valore
che per te rappresentano il futuro
Questo è ciò che conta
Tempo che potrebbe non arrivare mai

Quello che vuoi
è non sapere delle vite degli altri
ma avere solo informazioni efficienti
Quello che tu vuoi
è sfruttare le opportunità che quelle parole ti sanno offrire
ringraziamenti superflui da fare in superficie

sorrisi onnipresenti dovuti al buon costume.

IL GIOCO

 Una bambina ed un gioco donato
inaspettato ed immeritato
piovuto da un nulla ignoto e negletto
Gioca la bimba
insegna si svaga senza porsi domande
Dice “che bello”
Dice “che buono”
Ignora la sorpresa dell'arrivo
Neglige la fortuna che le è giunta
Non cerca il merito o la ragione
per cui questa gioia le sia spettata

Il caso le ha lanciato il gioco nuovo
non il suo lavoro, non la fatica
Giunto irrazionale
Indifferente non lo rispetta
lo usa a suo piacere
non si domanda se e quanto le appartenga
Lo sfruttamento è ciò che a lei serve
L'opportunità quello che lei vuole

Giunge il momento in cui il gioco scompare
La bimba è ora donna
Non comprende, è smarrita
senza più il suo svago fra le mani
Piange e si lamenta
maledice il caso che le ha tolto il sorriso

Mai onorata la fortuna del dono.

SCETTICA PER INVIDIA

Bella
forte personalità
Il tuo passato è nero di cicatrici non più recenti
Cenere
dentro e fuori
ancora calda
Occhi e orecchie che gettano sale d'invidia
sulla carne lacerata
Non accetti
il sorriso di chi ami
Non ascolti
promesse felici di sogni vicini
Protettiva, ti annunci
ma non godi di alcun sorriso
Precauzioni, le chiami
ma i nervi del volto smascherano la tua miseria

Fine giornata
di notte nel tuo letto
speri la morte di tutta la gioia
Idee surreali
ti mostrano un mondo coperto di ombre
Passato che occlude rubandoti il cielo

senza più luce non vedi alcun sole.

DEBOLE DIFESA

 Un cane dallo sguardo basso
seguito dal fedele movimento delle orecchie
La coda fra le gambe
trema
in attesa del bastone
che lo punirà per aver scavato nell'orto

Cosciente del tuo errore
Offesa progettata
Notti insonni alla ricerca di una ragione
che soddisfi la tua miseria

Sempre in cerca
sarai aggressiva con la tua inconsapevole vittima
Incuti timore
scudo delle tue colpe
fredda e noncurante
animo scarno
miserabile

Giunge l'istante in cui la scusa ti s'illumina
l'idea ti s'accende
la chiave di volta, il bandolo della matassa
inattaccabile ti trasformi

Innocente ed ingenua
incapace di alcun male
sorridente e disponibile
Il treno

violento t'investirà

TERRA

Sfera rotonda sospesa nel nero
costellata di strisce e di colori, di spazi e settori
Mi avvicino e la osservo, la guardo, sto attento
Vedo disunione, differenze
diversità necessarie, varietà innegabili
Continuo a guardare, ancora più in fondo
Vedo coriandoli
Sento musiche
Scorgo le maschere che corpono distanze
simili o uguali nascondono bellezze
Stranezze e novità son sotto di quelle
sommerse e soffocate da ingenue volontà.

Illusi e incoscienti percorrono il letto d’un fiume
ormai secco
arido
dagli argini alti
sempre più stretti.
Camminano automi in direzione imposta
Mantengono un ordine non naturale
e danno alla sfera l’ignobile forma

d’un cubo perfetto, asettico e liscio.

L'INGENUITA' DEL RAZZISMO

Una madre puttana non rende puttane
Un padre poeta non rende poeti
e un fratello malato non rende malati
Il nonno agricoltore
non fa di te un agricoltore
come un compaesano filosofo
non ti rende filosofo
La nonna cuoca non ti rende cuoca
sua sorella pasticcera non fa di te
un'esperta di dolci
Se tuo zio ha una vigna
non significa che tu sia un sommelier
Una sorella stilista non ti fa vestire meglio
Un'amica scrittrice non fa di te un letterato

Un compagno di banco ladro
non fa di te un ladro
specie se quello a cui ruba
sei tu
E se invece
visto che siete compagni
la gente ti indicasse come un ladro potenziale?
E se per questo
la gente iniziasse ad evitarti - prima
a odiarti - poi
a minacciarti - in seguito
e - infine
a respingerti?
E se quel compagno di banco divenisse
l'assurda causa del tuo eterno
e futuro olocausto?

Eppure
un malfattore della mia religione
un criminale che parla la mia lingua
un assassino che ha il colore della mia pelle
un terrorista che viene dalla mia terra
è la causa
che impedisce alla mia bambina di entrare in una scuola.




MANIFESTO DELL'UOMO SOLITARIO

L'uomo solitario non ha bisogno di nessuno.
Non vuole la presenza di nessuno.
Il solitario gioisce di ciò che è,
di ogni passo fatto verso l’obiettivo che indipendente si prefigge.
Vaga, l’uomo solitario, per i bar non affollati,
frequenta i quartieri più deserti,
i locali meno divertenti,
le piazze neglette e abbandonate.
Il solitario è spesso infastidito dalla presenza dei suoi simili,
è selettivo con estrema rigidità,
ripugna le mode, i dettami, le leggi.

L’uomo solitario è l’anarchico per eccelenza,
perché niente si avvicina al valore della sua totale libertà.
Trasgredisce le leggi morali per alcuni,
civili per altri,
penali per altri ancora,
ma lo fa esclusivamente in nome della sua sola ed assoluta libertà.
Il solitario conosce se stesso alla perfezione perché è l’unica persona con cui regolarmente conversa.
Lavora e soffre duramente ed aspramente per raggiungere la sua atipica serenità,
ché il mondo ruota al contrario, per il solitario.
Ottenuto quello che sembra essere il suo fine,
comprende di possedere una risorsa infinita e autorigenerante,
un mezzo fondamentale,
il suo Sacro Graal, il tesoro dell’isola,
la sempiterna giovinezza, l’immortalità, l’invincibilità,
la bellezza oggettiva, l’onnipotenza,
la felicità eterna.

Ogni azione dell’uomo solitario è dettata dall’istinto e dal desiderio.
Egli può liberamente ripudiare ogni atto che lo infastidisce, che a lui non piace,
ma potrebbe compierlo nell’istante successivo,
perché è sciolto da ogni vincolo idealistico o morale,
e lui può cambiare idea. Sempre.
Ateo monoteista, lui è il solo dio di se stesso.
Si rispetta col massimo degli onori,
si vizia e si regala ciascuno dei suoi stessi sogni.
Il solitario è egoista
e nel suo univoco mondo è l’incontrastato re senza successori.
Il solitario ha le chiavi per tutte le porte
ma non le ha mai dovute usare, ché quelle, al suo passaggio, si spalancano da sole.

Vive in una casa sconfinata quanto il mare,
il suo soffitto è il cielo più terso
e le stelle le incontra a metà strada fra il pavimento e la lampadina da cambiare.
L’uomo solitario è libero,
non ha confini, né limiti, né divieti, né regole.
Follia fatta uomo, incomprensibile e stupefacente,
l’universo gli esplode dentro creandosi e distruggendosi senza mai una tregua.
Prova ciò che vuole,
vive dove vuole,
agisce quando vuole,
tocca quel che vuole.
Per il solitario non esiste sfortuna, né fortuna.
Non esiste il dolore, la malattia, la tristezza,
ché lui sa di vivere, conosce la vita e ha deciso di rimanerci immerso.

L’uomo solitario guadagna il sorriso della morte materializzata nella sua ombra.
Ogni giorno è uno in meno che gli resta,
ogni azione la considera unica, ultima e inimitabile.
L’uomo solitario sa di non poter varcare gli argini dell’esistenza,
gode della consapevolezza di avere un’unica strada da percorrere.
Non perde tempo a tentare di scalare gli argini, lui:
procede diretto verso la foce senza curarsi dei suoi tanti consorti.
Il solitario osserva
e trova la via meno faticosa per giungere all’universale destinazione.
Evita gli scontri,
abbandona le distrazioni,
si dedica al suo passaggio,
non aspetta nessuno e nessuno aspetta lui.

Giunto alla foce, l’uomo solitario s’immerge felice nell’infinita freschezza del mare più calmo.

BELLA

Su una roccia morbida e rotonda
immersa fra bassi cespugli e che s’erge più in alto di quelli
siede tranquilla, e sola.
Abbraccia un ginocchio nudo portato al petto,
si regge in equilibrio sull’altra gamba soda, allungata
poggiando leggero il piede su un liscio basso scalino di pietra.
Respira.
Inala quel mondo sconosciuto che inconsapevolmente sente così suo.
Vive profumi e colori,
li assorbe dai grandi occhi rilassati, allietati.
Traspira la sua leppe il fresco dell’aria.
Pulita gentilmente le muove i capelli
ondulati e cascanti soffici sulle sue spalle, sui bei seni.
E la sua mente si ferma.
Si spegne l’universo a lei noto, confuso e rumoroso.
Il fruscio degli alberi dietro di lei,
il cinguettare costante nel cielo terso e luminoso
la invadono e la riempiono.
Sciolta e libera, diventa vento e petali delicati.
Si apre ai sensi.
Nessun pensiero la tormenta ora
e cresce nel suo spirito ridesto
la consapevolezza della sua reale appartenenza.
Felice il suo cuore esplode in un silenzio discreto
prima che di nuovo si scombussoli
corrotto schizofrenico

di fronte ad un chiassoso cocktail colorato.

OGNI GIORNO

Un battaglione d’Arlecchini
Un esercito
di ballonzolanti Pulcinelle
Un mare scuro e brezzolato
dall’aria fresca che profuma di asparago
Lo scarpone affonda nella terra bagnata
Bollicine di fango scoppiettano sotto la suola
schizzando ai lati
sui ciuffi dell’erba giovane

Davanti
l’onda incombe imperiosa
la cresta marrone
fetore organico
Scorie e rifiuti la dominano in cima
Fondale lontano dai piedi agitati
Affanno contro corrente
e nuoto stremato
assuefatto dalla puzza di merda che mi soffoca.


VORREI FARE L'AGRICOLTORE

Vorrei fare l’agricoltore
Lavorare duro e racimolare soldi
per poi
comprare un pezzo di terra spoglia

Da febbraio ad agosto lavorare nel fango
mettere in piedi un piccolo capanno
fatto di canne e di travi
di legno
con una vecchia porta scricchiolante e sghemba
che si chiuda con un semplice passante
arrugginito

Zappare la terra e bagnarla del mio sudore
spaccarmi le mani e incallirle per la fatica
E seminare nel mese di aprile
dopo aver fatto delle buone provviste di acqua piovana

Essere presente
cosciente della crescita delle mie pianticelle
raccoglierne i frutti e godere del loro succo
dolce e meraviglioso

Vorrei fare l’agricoltore
e allevare qualche gallina, qualche coniglio
procurarmi un maialetto, un agnello
di tanto in tanto
cuocere il pane nel mio forno a legna
fare la pasta, mangiarla in campagna
con le mosche e le vespe che mi ronzano attorno

Vorrei fare l’agricoltore
per fuggire da tutti quelli che si dannano la vita
dando troppa importanza alle loro scartoffie.


PROFESSIONISTA DEL III MILLENNIO

Giochi a fare l’adulta
Respiri affannata nel silenzio di una stanza
adibita ad ufficio
Riempi la scrivania di inutili scartoffie
creando un disordine che non ti appartiene
Sei ricca
di materiale a buon mercato
Pensi che una professione si crei facendo gli acquisti azzeccati
Dici che corri, dici che hai fretta
Falsa t’ingegni ciò di cui ti vanti
Non concepisci la naturalezza di quello che sei
Non sai accettare la persona che reale
vive il tuo corpo.
Il tuo vero essere non è ciò che tu vuoi
Parli e straparli di cose inventate
Con l’apparenza nascondi il tuo spirito
Spirito povero, avido, scarno
Curiosità mai nate
Porti un cartello con scritto “son pura”
dietro del quale tu non sei che sporca
Luridi stracci
son gli abiti soli che porti davvero
Non lo sopporti
ma solo di quelli tu ti puoi coprire
ché l’abito nobile non è dato a tutti
Tu non ce l’hai
Non lo conosci
Non puoi crearlo.

AMICO MIO

Quando parli
ragioni bene, la pensi bene
Sei sempre stato uno dei miei
ma questo mondo rovina gli eroi
figuriamoci quelli come te.

Persona semplice
arruolata e assoldata
soggiogata dalle parole di alieni provenienti dalla scorsa generazione
Non ragioni abbastanza, non pensi di più
L’errore tuo è stato fidarti di funzioni ancestrali
è stato affidarti
a necessità obsolete.

Un consiglio sbagliato
e a causa sua sei stato corrotto
La tua forza è stata annullata
la tua mente offuscata
Sei diventato spazzatura
ti sei immolato per una causa in cui non credi
ma vuoi dimostrare
a tutti i costi
che tu hai personalità
Ma quale
personalità?
Quale, lo sai?

La rabbia che palesi
la robustezza che tanto mostri
altro non è
che merda sciolta sotto il sole d’estate
e tu ora puzzi
quanto quella merda ormai marcia dopo giorni di attesa.


PAROLE ALLO SPECCHIO

Il tuo sguardo penetra attraverso i vetri della tua finestra alta
Macchine lucide troppo grandi e veloci scorrono silenziose
Repressi solitari con sguardo basso si trascinano in compagnia di baldanzosi giullari a quattro zampe
Anziane galline dagli stonati capelli stratinti camminano a testa alta
impettite di illusorie grandezze,
superbamente ricche di pallide ovvietà.
Vedi terzi di giornate spesi per rispettar la servitù espansa
Ore figlie dell’oggi vigliacco e madri di assurdi futuri.

Ti volti abbattuto e pensieroso.
Torni perplesso alla tua scrivania
Davanti a quaderni per cui mille feste rifiutasti
Di fronte a terapeutiche poesie che altisonanti cantano contro la sociale epidemia.

Sei vivo
e nuoti in nobili note che ti esulano da allegri e dolci tocchi musicali.
Spontaneo e sano, morto e malato per chi sta al di là del muro.
Semplice e spensierato, strano depresso visto da sotto il davanzale.
Obiettivi originali
Pensieri liberi
Mente tersa
Vita umana
La tua persona è a fondo immersa nel circo della tua antitesi

Essa cavalca in lacrime la luccicante giostra della vita sorridente.

MISERA

Leva via quella maschera, verme!
Non fai altro che spalmarti sulla faccia la merda sciolta di questa società infetta
Ti vesti di stracci per dimostrare agli altri che non ti curi di nulla
Bevi e fumi per creare un personaggio che ti sembra migliore degli altri
Ridi, parli e bestemmi, scopi con tutti e godi dei vizi
Regali il tuo corpo a chiunque lo voglia
solo per essere coerente con la scelta che hai fatto
nel negozio di maschere.
Ti dici hippie, ma non ne sai un cazzo
Ti dici libera, ma non ne sai un cazzo
Ti dici felice, ma non ne sai un cazzo
ché dentro, biasimevole e pietosa polpa di sterco,
sei dilaniata, sbrandellata, lacerata, attanagliata
da pensieri inutili e negativi, ossessivi e paranoici
La tua mente è ingabbiata da sbarre inesistenti
Il sorriso è forzato e la tua pelle cartonata
Il cuore contratto fatica a tenerti in piedi
E dici di colori, svolazzi e farfalle
ma non sei altro che una sofferenza plastificata
avvolta e fasciata
stretta e soffocata
in un corpo fatiscente.


IL MANAGER

Siede sul divano
La luce irregolare del televisore gli irradia il viso
pallido azzurro elettrico
Sguardo spento
un morto di tre giorni
Il corpo è abbandonato sulla morbida pelle di cuscini costosi
Immobile
Il cuore e i polmoni tentano di tenerlo in vita
Cervello spento
essiccato sotto sale
non ha stimoli cui non saprebbe reagire
Ricezione passiva
parole, suoni, colori, immagini
Sorrisi e pianti fasulli e programmati
gli giungono dentro attraverso innate fessure
Uno stupro di occhi e orecchie

Lui è stanco
per l’arduo compito di responsabile
Fiero
per la mansione che gli è stata affidata
e il suo succo
l’ha lasciato nel frigorifero dell’ufficio
perché è solo lì che può goderselo
mentre sua moglie
silenziosa
tenta di dare il massimo orgogliosa dei risultati raggiunti
repressa nella stupidità del bricolage.


DI LÀ DEL MURO

Tutto il melodramma che mi circonda
Tutta questa gente che mi fa vomitare
Io vi temo
Schifiltosi e viziati signorini capaci solo di lagnarsi
Il mondo non gira nel verso a voi congeniale
Scoprite di dover camminare per poter sopravvivere
Lo scoprite tardi, vi siete fottuti, e adesso la colpa è nostra
Incolpate il mondo e i loro fratelli,
gli amici e l’istruzione,
incolpate i bastardi e i genitori, gli apolidi e gli avvoltoi
Meschini vi scoprite sofferenti e monchi
Sperate senza convinzione che l’aria si tinga per voi
Giudicate spietati l’ingiustizia universale
Vomitate merda fumante e cagate piscio verdastro
Calpestate i vermi che vi sbucano dalle unghie dei piedi
Gente morta e inoffensiva
Cani rognosi delusi e lamentosi.

Sporcati i capelli, puttana d’alto bordo!
Fatti scopare dal cazzo fangoso della vita di oggi
Allatta i figli delle scrofe più grasse
Dona i tuoi seni alla lingua più marcia
Respira i vapori della merda caprina
ché quello è il tuo cibo, principessa,
quello il tuo bere, quello il tuo amore!
Benvenuta, bagascia del mondo
Ti accogliamo nel culo del cielo, fra le cosce della gente reale
che vive in silenzio
cosciente di farlo.


ARBEIT MACHT FREI

«Al servizio della Compagnie Pordurière del Piccolo Togo sgobbava dunque insieme a me, come ho detto, negli hangar e sulle piantagioni, un gran numero di negri e di poveri bianchi del mio genere. Gli indigeni, loro, funzionano insomma solo a colpi di bastone, conservano questa dignità, mentre i bianchi, perfezionti dall’educazione pubblica, fanno da soli.
«Il bastone finisce per stancare chi lo maneggia, mentre la speranza di diventare potenti e ricchi di cui i bianchi s’ingozzano, quella non costa niente, assolutamente niente. Che non ci vengano più a decantare l’Egitto e i Tiranni tartari! Quei dilettanti antiquati erano solo dei pataccari pretenziosi nell’arte suprema di far spremere alla bestia verticale il massimo sforzo sul lavoro. Non sapevano, quei primitivi, chiamare “Signore” lo schiavo, e farlo votare di quando in quando, né pagargli il giornale, né soprattutto portarselo in guerra, per fargli sbollire le passioni. Un cristiano di venti secoli, ne sapevo qualcosa, non si trattiene più quando davanti a lui viene a sfilare un reggimento. La cosa gli fa sprizzare troppe idee.»

Viaggio al termine della notte, di L. F. Céline, 1932

Sei uno di quelli che ha trovato una delle mie poesie in mezzo a un libro appena acquistato. O l’hai trovata in una scatola di scarpe che volevi provarti, dietro il pacco della pasta sullo scaffale, al supermercato… sul sedile del treno, di un cinema, di un teatro. Hai trovato una mia poesia nei cessi della stazione. O te la sei ritrovata sotto al culo dopo esserti seduto al tavolino di un bar. Non ti dirò chi sono. Ti dirò chi non sono. Non sono l’uomo arancia.
Odio il lavoro e tutto ciò che mi stanca. Odio ogni tipo di fatica che non sia direttamente finalizzata al raggiungimento di un fine pratico. Se la fatica è atta alla conquista di un mezzo da usare per avere qualcos’altro, allora io non ci sto. Se la fatica mi procura solo dei soldi, io non ci sto.
La fatica è l’unico mezzo degno per l’ottenimento di qualcosa. I soldi sono un mezzo indegno, deviano la mia attenzione, e li detesto.
Come vivo? Lavorando, naturalmente. E no, non mi pagano in cibo. Mi pagano in denaro. Sono incoerente? No. Lavoro il meno possibile. So quello che voglio, so quanto mi serve per ottenerlo, e lavoro solo quel tanto. Niente di più. Non voglio più soldi di quelli che uso. Preferisco avere tempo da perdere. Preferisco annoiarmi. Preferisco sprecare i miei giorni seduto sul mio divano di fronte alla TV spenta. Per me la ricchezza misurata in tempo è più importante di quella misurata in denaro. E ne sono avido.
Piuttosto che lavorare, preferisco non fare niente. Preferisco il riposo alla fatica. Ritengo il lavoro necessario per ottenere ciò che è necessario. Lo ritengo superfluo quando mi fa ottenere ciò che è superfluo.
Cosa è necessario e cosa è superfluo, sono fatti miei. Proprio come sono fatti tuoi cosa è necessario e cosa è superfluo per te. Se non lo capisci tu, allora, caro mio, in questo momento mi sto rivolgendo all’uomo arancia.

Esco con una ragazza. Elisabetta. Bella, fisicamente. Uno sguardo sveglio, ma allo stesso tempo innocente, giovane… venticinque anni.
Ci sediamo al tavolino di un bar e le chiedo di dirmi di lei. La conosco, ci conosciamo, ma non così bene. Ci potrebbe essere tanto da dire.
Inizia a parlare e scopro che ha già fatto di tutto. Ha lavorato, si è laureata, si è specializzata, ha fatto un corso di ulteriore specializzazione ed è stressata perché vuole iniziare a lavorare per davvero… cioè, spiega, non con dei contratti di apprendistato, dove viene segregata a stare a guardare gli altri che lavorano. Dove è reietta nella stanza delle fotocopie. Lei vuole proprio lavorare.
È un’insegnante di ginnastica, conosce delle tecniche di allenamento appena collaudate, vuole metterle in pratica, ma poi inizia con la solita lagna sulla scarsa valorizzazione dei giovani.
Non mi parla di obiettivi, di progetti, di desideri, di sogni… Elisabetta sembra voglia solo lavorare. Era evidente che ci fosse un problema, così mi viene da chiederle perché, sperando di aver capito male.
Perché cosa? – fa lei.
Perché vuoi lavorare?
In che senso, scusa?
Le spiego che per lavoro si intende qualsiasi movimento fisico atto alla presa di un oggetto esterno al nostro corpo. Una fatica, uno sforzo, un gesto non fine a se stesso, ma avente come obiettivo qualcos’altro. Una bottiglia d’acqua, un tronco di legna, un tozzo di pane, un pezzo di carne.
Si lavora per i frutti di quel lavoro – dico, ingenuo.
Ma Elisabetta si perde, e non afferra il concetto.

Eccoli, i risultati. Ecco il frutto di un sistema che sembra essere stato programmato quasi alla perfezione. Ci siamo arrivati, a questo punto. Forse in pochi se l’aspettavano, ma ci siamo arrivati.
Elisabetta è la tipica persona brava, buona, sincera… è la classica persona onesta. Normale. Perfettamente integrata nel mondo sociale contemporaneo. Elisabetta, quando inizierà a lavorare, sarà l’uomo arancia.
È esattamente il tipo di persona che potrebbe avere dei seri problemi di stabilità mentale, nel corso della sua vita.
Lei vuole lavorare. Non le importa il motivo. Vuole semplicemente lavorare perché è così che si fa. È così che si vive, e lei desidera quello.

ART. 1
L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro

Che uno debba lavorare, è fin troppo chiaro. Ma il perché, beh, questo non te lo può certo dire la Costituzione… questo lo devi sapere tu. Ognuno lavora quanto gli pare. Oh, è un brutto periodo per fare questa affermazione, dimenticavo… la crisi, certo… sono tutti contro i giovani, è vero… allora diciamo che è così che dovrebbe essere, va bene? Ognuno dovrebbe fare gli accidenti che vuole. Va meglio, così?
Nessuno regala niente a nessuno. Questo è il senso dell’Art. 1. Bella merda. Però almeno non dice che devi lavorare a caso. Voglio dire, se non hai esigenze, chi te lo fa fare, di usare un sacco di tempo lavorando per chissà che cosa? Se decidi di aiutare qualcuno, sei un volontario, e a me sta bene. Altrimenti, caro mio, devi essere uno schiavo nel profondo, per fare una cosa del genere. No?
Ti stai preoccupando… no, stai sereno… sei in ottima compagnia. La gente che lavora per niente è un’infinità. Lo fanno in continuazione. Pensa a quante persone, dopo essere andate in pensione, continuano a lavorare. Non ne hanno bisogno, loro, di soldi… glieli dà lo Stato senza che loro alzino un dito… durante la loro vita, durante i loro quarant’anni di lavoro, loro se li sono già procurati, i soldi per la vita. Hanno lavorato più del necessario proprio per avere i soldi anche per la vecchiaia… hanno investito una vita intera per potersi riposare da vecchi, e invece cosa gli succede? Succede che questi qui, dopo aver perso il lume della ragione, continuano a lavorare. È assurdo, lo so. Sono diventati dipendenti dal lavoro. Il mondo, la società li ha disumanizzati, gli ha strappato l’anima e l’ha buttata nel cesso. Insieme alla loro libertà. E da schiavi liberti che sarebbero stati, hanno deciso di rimettersi il guinzaglio al collo.
Non gli importa chi lo mantenga, quel guinzaglio. Non gli importa dove li conduca. Il guinzaglio per loro è sicurezza. Il guinzaglio è la loro unica possibilità di sapere cosa fare. La loro unica occasione per non perdersi nel mondo, per non sentirsi smarriti in quell’oceano infinito che è la loro libertà. Così vasta, così profonda, così sconosciuta da essere addirittura temuta. Ed evitata.
Ah, stai attento, tu che mi leggi! Io non parlo mica di chi pratica il suo lavoro per passione! Artisti, sportivi, viaggiatori, documentaristi… questa è gente che il suo lavoro lo farebbe anche gratis! Gente che vede nel suo lavoro la sua vita stessa! Gente che deve lavorare, schiavizzarsi per sopravvivere, magari, perché il loro hobby non gli frutta un soldo… ma loro lo praticano lo stesso! Quelli sono passatempi che possono fruttare soldi, naturalmente… ma che vengono praticati a prescindere dal guadagno! Mica parlo di quella gente lì, io, eh!
Io parlo delle persone la cui libertà è proprio il lavoro inteso come obbligo da svolgere. Sì, proprio come il titolo di questo post. Arbeit macht frei. Il lavoro rende liberi. Chi lo diceva? I nazisti? Ah sì…?
L’individuo è morto. E ha sempre più spesso bisogno di una guida.
Ecco perché sono pazzi. Lavorano senza sapere il perché.
Quale persona veramente sana compirebbe coscientemente degli sforzi vani? Senza conoscerne la ragione, dico… quanta gente sana lo farebbe? Fatica, sudore, pressioni, stress, stanchezza, affanno… in una parola, lavoro. Se lavoro per una ragione, ci può stare, ma se quella ragione non la conosco, allora no. Allora no…
Va bene, ti faccio un esempio pratico. Vai in palestra? Sì? Ci andresti lo stesso se non otterresti alcun risultato a livello fisico? Faticheresti in quel modo, se non ti permettesse di scaricare lo stress? Non mi farei neppure una sega, se non fosse piacevole!
Ogni nostra azione deve essere motivata e spesso, un motivo per cui la gente, la stragrande maggioranza degli esseri umani lavora otto ore al giorno, ogni giorno, per quarant’anni… beh, spesso questo motivo non c’è. Mi correggo. Questo motivo non c’è quasi mai! Si potrebbe lavorare molto meno e mantenere la stessa qualità di vita. E non voglio esagerare col dire che si vivrebbe meglio… di più…
Quello che ci tengo a dirti, è che ritengo fondamentale sapere il motivo per cui mi spacco la schiena ogni santo giorno. È troppo importante avere una spiegazione sulla sveglia che mi butta giù dal letto ogni mattina, sul capo che s’incazza quando faccio un errore, sul collega che mi toglie il saluto, sullo stress che non me lo fa drizzare, sulle scenate isteriche di mia moglie, sull’impotenza, sui brufoli al culo, sulle emorroidi, sulle code al supermercato, sulle tasse, sul bollo auto e sul canone RAI, su Canale 5 e sui brutti voti di mio figlio a scuola, sulla cellulite al culo della cassiera sexy e sull’aumento della benzina, sulle guerre in Medio Oriente e sui troppi stranieri nel campionato italiano, sulla malapolitica e sull’umidità al soffitto, sul mio vicino di casa rumoroso e sulle pulci fra i peli del mio cane e sulle puttane di Berlusconi e sulle gnocche che vanno solo coi ricchi e sulle basi NATO e sui satelliti spazzatura e sulle barche di lusso…
La gente non si dà una ragione per tutto questo… la gente se ne sbatte le palle, e non conosce il motivo per cui ingurgita tutta quella merda.
La mangiate forse perché sa di nutella? Perché profuma? Perché avete paura di annoiarvi? Va bene… va bene tutto… ma io ho assoluto bisogno di una spiegazione per cui me la prendo in faccia ogni giorno, quella roba.
E non dico di essere un filosofo… non dico mica di voler trovare il primo motore dell’universo… macché! Ma chi se ne frega, dell’universo! È a me stesso, che devo dare una spiegazione! Giusta o sbagliata che sia, ho bisogno di una ragione… una scusa, se preferisci… devo giustificarmi con me stesso! Una scusa, cazzo, dovrò pure inventarmela, per potermi fregare in questo modo! Altrimenti, quella parte del cervello che mi è rimasta sana, mi manda a fare in culo pure lei… ed è così che la gente impazzisce per davvero! No?
La coscienza di quello che fanno le persone è troppo spesso ignota… troppo lontana dalle loro vite… sono troppo distanti dalle azioni che compiono quotidianamente, questi qua… non sanno neanche bene che cosa stanno facendo, perché, per come, per chi… per chi?
Sanno che si fa così, che bisogna fare così, e allora lo fanno. Gli hanno detto, gli hanno insegnato, hanno sempre visto la gente, i loro vicini, i loro genitori, i loro nonni, i loro zii, le famiglie dei loro amici, gli attori del cinema… tutti, tutti, cazzo, tutti fanno così! Perché loro dovrebbero fare diversamente? Perché dovrebbero essere diversi dagli altri? Quali forze, quale coraggio, quale mente, quali idee userebbero, se non facessero ciò che hanno sempre saputo di dover fare?
Sembra quasi un insieme di ansie, paure e angoscie programmate, stese, studiate a tavolino affinché tutti, o quasi, ne siano vittima. No, non sono un complottista, anche se a volte ci sono tentato.
È la crisi dell’individuo, che mi fa incazzare. È il rapimento della personalità, è un processo sociale, economico e politico volto alla canalizzazione, agglomerazione e accorpamento che permette di controllare le diversità in un momento solo… sono talmente poche, le differenze che ci separano…
Quest’omologazione permette di fare i conti con un numero di individualità così scarso che ci sarebbe di che preoccuparsi… culture, tradizioni, lingue, banche, monete, politiche, usi e costumi, feste e religioni, vestiti e cibi e bevande e divertimenti… tutto sta procedendo verso un’unità sempre più forte, sempre meno intaccabile, e loro, ingenui, continuano a dare la loro vita in cambio di un fare in potenza. In cambio di una possibilità futura. In cambio della malsana idea di fare questo, quello e quell’altro “una volta che finisco di lavorare”.
Non sanno che quando decideranno cosa fare dei frutti del loro lavoro potrebbe già essere troppo tardi. L’illusione della vita eterna è ancora troppo diffusa fra le menti delle persone di oggi. La vecchiaia non viene neanche lontanamente considerata come si dovrebbe.

Uomini arancia. Pieni di succo. Gustosi. Vitali. Belli. Presi e usati senza sapere da chi, per chi, per quale ragione.
L’educazione pubblica, dice Céline. L’abitudine a lavorare per un tempo prestabilito chissà da chi, incondizionatamente accettata da chiunque voglia appartenere a questa società.

Abbiate almeno la dignità di farvi bastonare, allora.